set 17

Ritratti

Francesco M. Cataluccio

 

L’8 ottobre del 1979 fu inaugurata al Museo Nazionale di Cracovia una mostra intitolata Polaków portret wlasny (Autoritratto dei polacchi), a cura dello storico Marek Rostworowski, che fece epoca, perché ebbe un grande numero di visitatori e costituì l’occasione di una sorta di riflessione collettiva di
un popolo sulla propria identità alla vigilia della rivoluzione democratica di Solidarnosvcv (agosto 1980). Attraverso quasi mille pezzi (soprattutto ritratti dipinti) veniva ripercorsa l’immagine dei polacchi nei secoli della loro travagliata storia. Non mancarono le sorprese. Fece un certo effetto, ad esempio, vedere assieme molti ritratti seicenteschi dei nobilotti con costumi e acconciature “sarmate”: baffoni e fogge orientali che li facevano assomigliare ai loro vicini/nemici ottomani.

Il ritratto è uno specchio che racconta e rimanda una storia. Chi è il committente e possiede i ritratti ha in mano i destini dei suoi sudditi. La cosa non
è ovviamente così schematica. Ma, ad esempio, la collezione di ritratti che sta all’origine della Galleria degli Uffizi a Firenze ne è la chiara dimostrazione. Il desiderio rinascimentale di creare e allestire gallerie di ritratti, scritti e dipinti, rispondeva a una particolare sensibilità (l’elogio umanistico dei grandi personaggi della storia e della cultura), che andava ben oltre la venerazione che già gli antichi avevano per gli “uomini illustri”. La Galleria degli Uffizi è quindi, oltre che l’esposizione della ricca collezione di opere d’arte della potente famiglia dei Medici,
 il frutto maturo della filosofia e della mentalità rinascimentali, che si traduce in una grande esposizione di ritratti di uomini illustri di ogni epoca e paese. Ed è anche un ambizioso progetto di politica culturale che darà a Firenze la più grande galleria
di ritratti dell’epoca, partendo proprio dal modello della raccolta di Paolo Giovio (1483-1552), medico, storico e cortigiano, che fu strettamente legato alla famiglia dei Medici, che, nella sua leggendaria villa
 a Borgovico, sul lago di Como, aveva allestito un museo privato con ritratti di uomini illustri e altri reperti. La sua raccolta venne copiata da Cristofano dell’Altissimo, tra il 1552 e il 1587, per ordine di Cosimo I de’Medici. Questi ritratti, una volta giunti agli Uffizi, furono ordinati per categorie (nel 1597) da Filippo Pigafetta, dando vita alla prima collezione di ritratti, chiamata Serie Gioviana (composta da 484 dipinti), che costituì il nucleo iniziale della Galleria.

Attraverso il ritratto si mette in gioco la questione fragile e profonda dell’identità, di una persona
e anche di un intero popolo, che è un mosaico composto di milioni di tasselli individuali (tutti diversi, anche quando si mostrano in divisa). Nei volti si può leggere tutta una storia e quindi la Storia. Nei secoli, gli artisti dipinsero ritratti di déi e santi, poi di committenti, amori, famigliari e amici, spesso confondendo personaggi da dipingere e modelli in carne e ossa, raccontando in questo modo storie e dando personalissime interpretazioni.

Ad un certo punto i pittori iniziarono a dipingere anche gli autoritratti, prima timidamente in modo che solo gli amici capissero quella singolare “firma”, e più tardi, acquistando un più chiaro sentimento di sè, scoprirono il piacere di mostrarsi agli altri.

Un dipinto che rappresenta bene questo “passaggio” verso la Modernità è certamente il malinconico Ritratto di giovane gentiluomo nel suo studio (1528- 1530) di Lorenzo Lotto, nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Addirittura, secondo il critico americano di origine lituana Bernard Berenson (1865-1959), “mai, né prima né dopo Lorenzo Lotto, è riuscito a un artista di dipingere sul volto del modello tanta parte della sua vita interiore”.
Quando arrivò la fotografia, la ritrattistica
divenne un lavoro seriale e l’immagine qualcosa
di, apparentemente, più oggettivo. Le “ditte dei ritratti” abbellirono i salotti e le camere borghesi,

come le lapidi dei cimiteri, con mille espressioni diverse di volti fermati in un attimo con fattezze irripetibili, e quindi uniche come un dipinto. Così ci furono addirittura coloro che, come il geniale drammaturgo, filosofo, scrittore, pittore e fotografo polacco Stanislaw Ignacy Witkiewicz (1885-1939), proposero ai clienti il ritratto dipinto oppure la foto. Fu proprio lui, assieme a Umberto Boccioni (Io-Noi- Boccioni, 1907-1910) e Marcel Duchamp (Attorno a un tavolo, 1917) a sperimentare le possibiltà della fotografia (grazie al fotomontaggio o all’autoscatto con l’ausilio di una batteria di specchi) di produrre degli autoritratti multipli, simboli del disfarsi dell’Io, come centro unitario del mondo, dell’uomo moderno.

Gli artisti, grazie alla fotografia, scoprirono la possibilità di ritrarsi attraverso i ritratti degli altri. Prima che i “selfie”, scattati con i telefoni cellulari divenissero un fenomeno di narcisismo di massa, i fotografi produssero i propri autoritratti grazie alle luci e alle ombre, e le espressioni, che coglievano nei volti delle persone che immortalavano con i loro obbiettivi. Spesso, nel ritratto, il fotografo fa il proprio autoritratto: racconta la sua storia usando i volti degli altri.

Se il ritratto (pittorico o fotografico) racconta una storia (della persona rappresentata ma anche dello stesso artista) è anche vero che, allo stesso tempo, quell’immagine ferma la vita, come uno spillone quando fissa una farfalla. Per questo, acutamente, Umberto Saba, in una delle sue ultime poesie, intitolata Fotografia (1951), scrisse: “Io se mi vedo,
è solo morto. O ragazzo di quindici anni”. In tutte
e due i casi si ipotizza uno stato diverso da quella persona anziana che guarda la foto di sé adolescente. Il ritratto infatti sta tra il Passato e il Futuro, sospeso in un equilibrio magico che ha il potere di fermare il Tempo.

About the Author:


Commenti disabilitati