A cura di 
Marco Delogu

A chi arriva con l’intento di ritrarla, Roma
provoca ormai una sensazione di spaesamento. La monumentalità non riesce più a essere interpretata, è troppo carica, troppo forte, difficile starci davanti a occhi e mente aperta. Si sente il bisogno di scappare, chiudere gli occhi, sdraiarsi per terra e riaprirli guardando il cielo. Si tenta un’altra via, si prova a cercare tracce del mondo contemporaneo, ma ci rispondono spazi estranei, senza grande identità, spesso sconfitti dal confronto con l’antico. Quegli spazi non hanno occhi e non possono sdraiarsi
per terra e guardare il cielo. Comincia così una sensazione di spaesamento. La vista si riempie di immagini difficilmente catalogabili, non c’è ordine in queste memorie.
 José Arispe disegna una sua geografia personale,
si abbandona alla città, agli interni e agli esterni, prende particolari e visioni più larghe. Si ferma ad aspettare piccole risposte, molto personali. Una piccola mappa si compone giorno dopo giorno, nelle ore di sole, al crepuscolo e infine raggiunge la notte. Al termine di questo percorso emerge un’altra città ancora, un altro tassello di visioni d’artista che noi non vedremo mai, inutile cercarle, rincorrerle, la mappa non ha coordinate. Per fortuna esistono le fotografie di José Arispe.

ENGLISH
curated by Marco Delogu

Those who come to Rome intending to portray it are now left with a feeling of disorientation. The monu- ments can no longer be interpreted, they are too emotive and too powerful and standing before them with open eyes and mind is difficult. The need is felt to escape, close your eyes, lie down on the ground and open them again to look at the sky. Another route is tried out with an attempt to seek traces of the contemporary world, yet the answer comes from extraneous spaces, without a major identity, often defeated in the comparison with the old. Those spac- es do not have eyes and cannot lie on the ground and look at the sky. Thus a sensation of disorienta- tion begins. The view is filled with images which are difficult to catalogue; there is no order in these memories. José Arispe maps out his own personal geography, surrenders to the city, to the interiors and exteriors, with special and broader visions. He stops to wait for small, very personal, answers. A small map is pieced together day after day, in the hours of sunlight, at dusk and finally at night. At the end of this process yet another city emerges, another piece of an artist’s vision which we will never see. There is no use seeking it out and pursuing it, the map has no coordinates. Luckily we have the photos of José Arispe