Nicolò Degiorgis
Gianfranco Gallucci
Guido Gazzilli

A cura di
 Maria Alicata Carolina Pozzi

Se la fotografia è un dispositivo ottico, frutto di
un procedimento di registrazione meccanica delle immagini, quali sono i suoi limiti espressivi? Quale la validità estetica, nell’epoca dell’accessibilità globale ai dispositivi digitali, di i-cloud e di instagram?
Torna dunque fondamentale considerare la posizione quasi politica di colui che scatta: Chi ritrarre e come farlo, la scelta che l’autore compie rispetto all’obiettivo verso il quale rivolgere lo sguardo dell’osservatore, diventa l’elemento discriminante dell’operazione fotografica, mentre
la posizione che si assume dietro la macchina è quella di chi intende mostrare qualcosa, isolando una precisa porzione di realtà dal continuo flusso visivo al quale siamo assuefatti.

Nicolò Degiorgis, Gianfranco Gallucci e Guido Gazzilli si sono rivolti a un fenomeno particolare, quello dell’immigrazione, con i suoi flussi e le sue dinamiche, concentrandosi ciascuno su aspetti differenti e prospettive personali, ma partecipando alla stessa urgenza narrativa. Emerge una volontà condivisa di ritrarre, nel senso più accurato del termine, che affonda nelle radici etimologiche della parola stessa: re-trahere, ovvero tirare fuori, restituire l’immagine di qualcosa di altro da sé, rispetto al quale porsi in una posizione frontale di studio e osservazione.
Muovendo dalla figura umana, la portata dei lavori si allarga a comprendere ampie parti di paesaggio urbano e sociale, per dichiarare apertamente la provenienza delle immagini da contesti familiari e stabilire un’immediata relazione tra soggetto, autore e osservatore.

È la ben nota Lampedusa a fare da sfondo alle fotografie di Guido Gazzilli, che lì si è recato più volte, vincendo la riluttanza degli abitanti rispetto
a coloro che arrivano dall’esterno: l’immagine
fornita dalla stampa di ciò che accade non risponde al reale, ma lo stravolge in termini allarmanti
e sensazionalistici. Ahmed si è lasciato ritrarre all’interno dell’abitazione della famiglia che gli
 ha offerto ospitalità, i suoi ritratti si alternano alle vedute di un’isola dove chi arriva da fuori assomiglia a chi vi è nato, dando corpo a un racconto che procede per momenti e tratteggia il farsi e non farsi della storia.

Gianfranco Gallucci ha realizzato per ciascuno dei 18 stranieri coinvolti – rappresentativi delle comunità più numerose di Roma – un triplice ritratto, in
una sorta di destrutturazione pirandelliana del soggetto. Uno scatto a casa, uno sul posto di lavoro
e un’immagine del luogo preferito della capitale attraversano la superficie dell’io pubblico e di quello privato, per veicolare episodi di integrazione riuscita, vicini alle tante storie recenti ma dimenticate di emigrazione italiana. La molteplice prospettiva di Gallucci sembra forzare le logiche convenzionali
del ritratto e preferire una visione simultanea, più adatta ad affrontare la complessità della questione identitaria.
Sono invece le dinamiche alla base dell’appropriazione e dell’adattamento il punto
di partenza della ricerca di Nicolò Degiorgis, che
per anni ha documentato i luoghi di culto islamici che si sono moltiplicati nelle regioni del nord-est.
 La mancanza di edifici adibiti a moschee spinge i musulmani a riunirsi in luoghi diversi e a inserirsi in spazi altrimenti vacanti – siano essi palestre, negozi o garage – trovando una propria collocazione nell’ambito dell’annullamento architettonico che caratterizza le periferie italiane.
Le immagini di Degiorgis, raccolte in un ampio progetto editoriale, dicono di uno spaesamento, di un senso concreto del fuori luogo, che spesso è il tratto più preciso di queste storie.

ENGLISH
curated by Maria Alicata Carolina Pozzi

If photography is an optical technique, the result of a process of mechanical recording of images, what are its limits of expression? What aesthetic validity in the age of global accessibility to digital devices, iCloud and Instagram?
It is therefore again essential to consider the almost political position of the photographer: who to depict and how to do it, the choice photographers make
as regards the subject for attracting the attention of onlookers becomes the discriminating factor in the photographic process, while the position they adopt behind the camera is that of those who intend showing something, isolating a specific portion of reality from the constant visual flow to which we are inured.
Nicolò Degiorgis, Gianfranco Gallucci and Guido Gazzilli have turned to a particular phenomenon, that of immigration, with its flows and dynamics, each one concentrating on different aspects and personal perspectives yet sharing in the same narrative urgency. A collective aim of depicting emerges, in the more accurate sense of the word, rooted in the etymology of the actual word, from the Latin depictus, past participle of depingere “to portray, paint, sketch; describe, imagine” The drawing out and reproduction of the image of something other than ourselves, standing in front of it in a study and observation position.
Moving from the human figure, the scope of the works widens to take in large parts of the urban and social landscape as an open declaration of the starting place of the images in familiar contexts
and to establish an immediate relationship between subject, creator and onlooker.
The well-known Italian island of Lampedusa acts
as backdrop for the photos of Guido Gazzilli, who visited it several times, overcoming the reluctance
of the residents towards outsiders. The picture of events supplied by the press does not correspond
to reality but instead distorts it in alarming and sensationalist terms. Ahmed allowed his photo to
 be taken in the home of the family who offered him hospitality, his portraits alternating with views of an island where those who come from elsewhere look like those born there, shaping a narrative which moves forward moment by moment and maps out the action and lack of action of history.
Gianfranco Gallucci shot a triple portrait of each of the 18 migrants involved, representing the largest communities in Rome, in a sort of Pirandellian destructuring of the subject. A shot at home, one at work and an image of their favourite place in Italy’s capital cross the surface of the public and private self to convey examples of successful integration, close to the many recent yet forgotten stories of Italian emigration. Gallucci’s multiple perspective appears to force the conventional logic of portraits and prefer a simultaneous vision, more suitable for tackling the complexity of the question of identity.
The dynamics at the basis of appropriation and adaptation are instead the starting point of the exploration by Nicolò Degiorgis, who for years
has documented the Islamic places of worship which have multiplied in the northeast regions.
The lack of buildings serving as mosques forces Muslims to meet in different places and use spaces otherwise vacant, whether gyms, shops or garages, finding their own location within the architectural annihilation which is a feature of Italian outer
cities. The images by Degiorgis, collated in a large publishing project, tell of a disorientation, a firm sense of out of place, which is often the most specific feature of these stories.