A cura di 
Alessandro Dandini de Sylva

Le fotografie di Asger Carlsen documentano un mondo visionario, dove il grottesco, l’assurdo e il surreale assumono i contorni dell’ordinariamente normale.
A prima vista, Wrong appare come una collezione di momenti di banale quotidianità, ritratti vernacolari o documenti di piccoli eventi di cronaca. Riconosciamo il contesto di queste immagini come familiare, ma le persone e le creature che abitano questa realtà distorta sono tutt’altro. Oscure presenze ibride e geneticamente viziate, personaggi con protesi per arti rudemente fatte in casa, mutanti a due teste e strane conformazioni innaturali: queste sono alcune delle allucinazioni che popolano il mondo distopico di Wrong.
Eppure, il profondo senso di disagio provocato dalla vista di queste immagini ha un’altra fonte. Anche se i corpi sono riconoscibilmente costrutti immaginari, la loro esistenza è comunque all’interno del regno del possibile. Questo perché
la fotografia ha un potere penetrante che la pittura, la scultura o il disegno non hanno: nonostante le riserve della nostra mente critica, siamo costretti ad assumere che l’oggetto raffigurato esiste realmente.
Carlsen crea le sue fotografie catturando le immagini con la macchina fotografica per poi manipolarle e alterarle con un processo di editing digitale. La messa in scena e il ritocco consentono la creazione di illusioni ottiche con cicatrici invisibili. L’illuminazione dura e diretta del flash e la scala di grigi del bianco e nero infondono
un tono di autenticità. Nella prefazione alla pubblicazione di Wrong, edita da Mörel Books, Tim Barber osserva: “Posso guardare e sapere che nessuno ha due gambe di legno funzionanti, ma eccolo lí, ad aspirare il pavimento, […] e credo in lui, più e più volte”1.
L’immagine digitale non condivide più le funzioni essenziali della fotografia volte a documentare l’esperienza. “Il suo effetto trasgressivo è simile
a quello del cavallo di Troia: infiltrarsi tra le mura della credibilità per assestare il colpo definitivo”2. Carlsen rappresenta una generazione di artisti che in modo aggressivo sfruttano le potenzialità di editing delle immagini digitali per i loro processi creativi. La sua finzione artistica non concerne la verità o la falsità, ma la nostra facoltà di credere.
Wrong è un sollievo dalla realtà, una visione inquietante e disturbante del quotidiano che ci costringe a mettere in discussione i presupposti di obiettività, memoria e documento del mezzo fotografico. Carlsen attraversa lo specchio della cultura visiva moderna occupando una posizione parallela nella nuova cultura del virtuale e della speculazione. La questione di rappresentare la realtà lascia il passo alla costruzione del senso.
1. Tim Barber, prefazione a Wrong, Mörel Books, 2010.
2. Joan Fontcuberta, I knew the Spice Girls (2005), MACK, 2014.

ENGLISH
Curated by Alessandro Dandini de Sylva

The photos by Asger Carlsen document a visionary world where the grotesque, absurd and surreal take on the features of the ordinarily normal.
At first sight Wrong appears as a collections of banal daily moments, vernacular portraits or documents of minor news events. We recognise the context
of these images as familiar, but the persons and creatures which live in this distorted reality are anything but familiar. Obscure hybrid and genetically flawed presences, characters with roughly homemade prostheses for limbs, mutants with
two heads and strange unnatural shapes: these are just some of the hallucinations which populate the dystopic world of Wrong.
Yet the deep sense of unease caused by the vision of these images has another origin. Even if the bodies are recognisably imaginary constructs, their existence is in any case within the reign of the possible. This is because photography has a penetrating power lacking in painting, sculpture or drawing. Despite the reservations of our critical mind we are forced to assume that the object depicted really exists.
Carlsen creates his photographs by capturing the images with the camera to then manipulate and alter them with a process of digital editing. The mise-en-scène and the retouching allow the creation of optical illusions with invisible scars. The hard and direct lighting of the flash and the grey scale of the black and white add a touch of authenticity. In the preface to the publication of Wrong, published by Mörel Books, Tim Barber notes: “I can look and know that no one has two functioning wooden legs, but there he is, vacuuming the floor, […] and I believe in him, over and over”1.
The digital image no longer shares the basic functions of photography aimed at documenting experience. “Its transgressive effect is similar to that of the Trojan horse: infiltrate between the walls of credibility to strike the final blow”2. Carlsen represents a generation of artists who aggressively exploit the editing potential of the digital images for their creative processes. Its artistic fiction does not concern truth or falseness, but our ability to believe.
Wrong is a relief from reality, a disturbing and troubling vision of daily life which forces us to challenge the premises of objectivity, memory and documentation of the photographic medium. Carlsen passes through the mirror of modern visual culture, occupying a parallel position in the new culture of the virtual and of speculation. The question of representing reality makes way for the construction of meaning.
1. Tim Barber, foreword to Wrong, Mörel Books, 2010.
2. Joan Fontcuberta, I knew the Spice Girls (2005), MACK, 2014.