nov 14

Giulia Pesole in conversazione con Paolo Ventura

Paolo Ventura nasce nel 1968 a Milano, dove tra il 1989 e il 1991 frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera.
Nel 2012 ha ritratto Roma nell’ambito della X edizione della Commissione Roma. Le sue opere sono state esposte al MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma, alla Maison Européen de la Photographie a Parigi, alla Library of Congress di Washingthon D.C. e alla Hasted Kraeutler Gallery di New York.
Durante la XIII edizione del FOTOGRAFIA- Festival Internazionale di Roma, Paolo Ventura ha esposto il proprio lavoro “Il funerale dell’anarchico” (attualmente al Flatland di Parigi in occasione della diciottesima edizione di Paris Photo). L’opera trae ispirazione da un fatto di cronaca, un evento che ha scosso 
le fondamenta della società civile: i funerali delle vittime di Piazza Fontana a Milano nel dicembre 1969. Ventura è un artista che nei propri lavori ritrae se stesso e
 ne moltiplica le figure fino a farle diventare una folla, fino a creare un’ossessiva e ostentata ripetizione. Le sue fotografie sono tridimensionali.

Come nasce la ricerca della tridimensionalità nelle tue foto e in che cosa consiste?

A mio parere il grande limite della fotografia è il suo essere piatta, priva di profondità. Da qui parte la mia ricerca orientata verso la tridimensionalità: ritaglio le fotografie, le dipingo, le ricostruisco, fino a creare un’immagine composta da riproduzioni fotografiche, come fossero modellini. L’accumulazione di queste figure crea una massa, una folla, che mira ad aumentare l’effetto desiderato, la profondità.

“Il funerale dell’anarchico” e “Il reggimento va sotto terra”, (attualmente esposto al MART di Rovereto), sono due esempi che costituiscono il risultato di questa ricerca. Cosa accomuna i due lavori?

In entrambi i casi si vogliono ricreare immagini che rimandano a eventi o momenti storici. Nel primo caso i funerali delle vittime di Piazza Fontana nel 1969, evento impresso nella memoria di chi come me è nato e cresciuto a Milano. Piazza del Duomo si popola di gente, dopo l’evento del fascismo, su uno sfondo grigio, un misto di neve e pioggia. Il secondo lavoro invece richiama una scena di guerra, della Grande Guerra, in cui un reggimento di soldati marcia, fino a immergersi, a scomparire sotto terra. Per ricreare queste fotografie tridimensionali ho lavorato sia con l’immaginazione, sia traendo ispirazione da vecchie fotografie.

Nei due lavori sopra citati, ma anche in molti altri, sei tu il soggetto delle fotografie. I tuoi molteplici ritratti danno vita ad una folla di tanti Paolo Ventura. Nel caso del funerale dell’anarchico i tuoi ritratti si ripetono per 300 volte, nel caso del reggimento di soldati si moltiplicano addirittura per 500 volte. Da cosa nasce questa particolare idea?

Sono nato e cresciuto con un fratello gemello e la questione della doppia identità mi ha sempre accompagnato. Specchiarsi in un’altra persona, essere spesso scambiato per un’altra persona ha da sempre caratterizzato la mia vita. Nei miei lavori questa idea costituisce un semplice artificio, si trasforma in un molteplice inganno. I due lavori sono un insieme di ritratti che a loro volta costituiscono un ritratto, una grande fotografia tridimensionale.

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