nov 10

Giulia Pesole in conversazione con Mohamed Keita

Mohamed Keita ha 21 anni e viene dalla Costa d’Avorio. A soli 13 anni ha lasciato il suo paese a causa della guerra civile. Durante il lungo viaggio di tre anni, al termine del quale è approdato in Italia, ha attraversato la Guinea, il Mali, l’Algeria, la Libia e Malta. In quest’ultima ha vissuto per un anno in un campo. “Non avevamo libertà – racconta Mohamed – la polizia ci scortava ovunque, anche per andare dal medico. Ci lasciavano giocare a pallone due ore e mezza al giorno, ma anche lì i poliziotti ci controllavano dai quattro angoli del campo da calcio.”
Per Mohamed l’Italia non era un punto di arrivo, è stato piuttosto un caso, un luogo di passaggio. “Pensavo che il peggio fosse passato – spiega ancora Mohammed – ma anche una volta arrivato in Italia non è stato facile. All’inizio vivevo per strada. C’è una foto che ho scattato, quella con la grande busta, ecco, lì dentro c’era tutto ciò che avevo.”
Grazie all’aiuto di CivicoZero Mohamed è riuscito a trovare un lavoro e una casa ma soprattutto ha scoperto una grande passione, quella per la fotografia. Quest’anno il suo lavoro è stato esposto a FOTOGRAFIA- Festival Internazionale di Roma, insieme a quello dei suoi studenti, ovvero i ragazzi minorenni di CivicoZero ai quali Mohamed fa da tutor.

Cosa ti ha colpito maggiormente del festival?

Del festival mi è piaciuta molto l’inaugurazione. Trovo fondamentale il fatto che tutta quella gente insieme abbia visto le opere. Che senso ha fare le foto se poi gli altri non le vedono?!

In che modo ti sei avvicinato alla fotografia?

La mia curiosità mi ha spinto ad avvicinarmi alla fotografia. Penso che sia il modo migliore per conservare il passato, per ricordare. Quando sono arrivato in Italia, a 17 anni, l’associazione che mi ha aiutato, CivicoZero, mi ha dato una macchina fotografica usa e getta. Da quel momento ho iniziato a fotografare. Poi ho conosciuto Carlo Spilotto che mi ha portato nella sua scuola di fotografia, offrendomi di frequentarla gratuitamente per tre anni. In generale la fotografia mi ha aiutato molto a integrarmi in Italia, mi ha permesso di vedere meglio la realtà.

In che modo ti sei rapportato con i soggetti che hai fotografato?

Conosco quasi tutte le persone che ho fotografato. L’aver condiviso un’esperienza di vita comune ci ha legato dal punto di vista umano, alcuni di loro vivono ancora per strada altri invece non li ho più visti, non ho più avuto loro notizie.

Che progetti hai per il futuro?

Spero di portare avanti sempre nuovi progetti fotografici ma soprattutto vorrei scrivere il mio lungo viaggio, mi piacerebbe raccontarlo a tutti.

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